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14 febbraio 2010
In difesa della par condicio

Per comprendere la portata del Regolamento approvato dalla Commissione di Vigilanza il 9 febbraio scorso bisogna brevemente ricordare come la legge n. 28 del 2000 (la cd. par condicio) distingua tra programmi di comunicazione politica e programmi d'informazione. La novità del regolamento in questione consiste infatti nell'aver riportato alcune trasmissioni tradizionalmente considerate programmi d'informazione nell'ambito della disciplina dettata per la prima categoria. Va premesso che questo regolamento avrà un'efficacia temporale limitata alle sole consultazioni elettorali previste per il 28 e 29 marzo 2010.

La comunicazione politica si realizza mediante tribune politiche, dibattiti, tavole rotonde, presentazione in contraddittorio di candidati e di programmi politici, interviste e ogni altra forma che consenta il confronto tra le posizioni politiche e i candidati in competizione. In queste trasmissioni va assicurata la parità di condizioni nell'esposizione di opinioni e posizioni politiche e deve essere consentito l'accesso, prima della presentazione delle liste elettorali, alle forze politiche rappresentate nei gruppi parlamentari, nel Parlamento Europeo, in un certo numero di Consigli Regionali o riferibili a minoranze linguistiche. Dopo la presentazione delle liste (quindi durante la campagna elettorale), l'accesso deve essere garantito alle forze politiche che presentino candidati per i Consigli e le Giunte regionali (ci sono norme dettate anche per le elezioni amministrative e per le trasmissioni regionali, che non è possibile esaminare in questa sede).

I programmi d'informazione, invece, pur dovendo conformarsi ai principi della tutela del pluralismo, dell'imparzialità, dell'indipendenza, della obiettività e della apertura alle diverse forze politiche, non sono soggetti alle stringenti regole sul diritto d'accesso delle forze politiche cui si è fatto cenno.

Secondo il Regolamento, si considerano programmi d'informazione soltanto i telegiornali, i giornali radio, i notiziari, i relativi approfondimenti e ogni altro programma di contenuto informativo a rilevante presentazione giornalistica, caratterizzati dalla correlazione ai temi dell'attualità e della cronaca. Sono quindi esclusi da tale categoria programmi come Annozero, Ballarò e Porta a Porta, i quali saranno sottoposti, nella prossima campagna elettorale, alle regole dettate per la comunicazione politica, molto più stringenti, in particolar modo per quanto riguarda il diritto d'accesso delle forze politiche, non previsto in termini così rigorosi per le trasmissioni d'informazione.

Non è scritto da nessuna parte che Ballarò, Porta a Porta e Annozero non potranno andare in onda: il Regolamento esige soltanto che queste trasmissioni rispettino una disciplina più rigida, per evitare gli evidenti squilibri, verificatisi in occasione delle ultime elezioni del Parlamento Europeo, tra partiti maggiori e partiti minori, a danno ovviamente di questi ultimi.

La Commissione di Vigilanza non ha fatto altro che prendere atto di un dato di per sé evidente: Vespa, Floris e Santoro non fanno informazione, ma si limitano ad offrire ad alcuni esponenti politici una tribuna in cui esprimere proprie opinioni e valutazioni e, come tali, devono rispettare il diritto d'accesso delle forze politiche che sono in competizione per le elezioni amministrative e regionali. Una diversa qualificazione equivarrebbe ad aggirare gli artt. 2, 4 e 5 della legge 28/2000: è quello che è avvenuto fino ad oggi.

In sostanza, il Regolamento della Commissione di Vigilanza è solo un esempio di applicazione rigorosa della Par condicio. Niente di liberticida, ma soltanto un complesso di regole che, almeno finché il nostro sistema informativo resterà così squilibrato, dovrebbe stare a cuore a tutte le forze di opposizione.


Carmine Luca Volino, Circolo GD “Giovane Europa”


P.S. Ecco il link al testo del Regolamento 9/2/2010 : http://www.parlamento.it/documenti/repository/commissioni/bicamerali/vigilanzaRAIXVI/Regolamento%20Elezioni%20Regionali%202010.pdf



8 febbraio 2010
Craxi, gli anni '80 e il dibattido che non c'è.Alcune suggestioni

La ricorrenza del decimo anniversario della morte di Bettino Craxi ha suscitato una serie di iniziative pensate per ricordarne la figura politica e (nelle intenzioni) persino per definirne, una volta per tutte, l’eredità politica. Colgo l’occasione fornita dalle parole di un amico, Leandro Mancano, per coinvolgere anche il Giovane Europa (si parva licet...) in un dibattito che sta diventando sempre più invasivo negli spazi della politica nazionale. Ma comincerò con una tesi volutamente provocatoria: la quasi totalità degli interventi apparsi sulla stampa o sul video nell’ultimo mese ha ripetutamente mancato il problema. E nell’argomentare la mia tesi prenderò spunto, altrettanto provocatoriamente, da un articolo di Antonio Polito, apparso sul Riformista del 19 gennaio scorso e consigliatomi come una delle più lucide analisi su Craxi. Dopo una attenta lettura l’ho trovato audace nelle intenzioni, ma inconsistente nei risultati. La tesi della presunta continuità, vera o falsa, formale o sostanziale che sia, tra Craxi e Berlusconi può essere un punto interessante di discussione ma non è così innovativa e, come non se bastasse, era posta, a mio modesto parere, in maniera metodologicamente scorretta ed era argomentata assai male. Polito – mi  è parso d’intendere – non considera i rapporti oggettivamente intercorsi fra Craxi e Berlusconi (documentati, peraltro, anche da uno storico non sospetto, Denis Mack Smith) come una prova sufficiente della continuità; ma pretende che si consideri, quale prova definitiva della discontinuità, il fatto che Berlusconi non si sia mai richiamato esplicitamente a Craxi, riducendo poi il problema (continuità/discontinuità) ad una dimensione assai parziale, a tratti fuorviante: Craxi è stato o non è stato un «berlusconiano ante litteram». Già quest’ultimo fatto, riguardante l’atteggiamento dell’attuale premier, è in sé un argomento opinabile, a fronte di un isomorfismo incontestabile nella retorica del discorso pubblico e di certe dichiarazioni recenti dello stesso premier: un dato che dovrebbe aiutarci a individuare le parole d’ordine comuni e a stabilire gli elementi di una continuità, se non politica, almeno culturale; per non parlare del fatto che le “cartine di tornasole” di un politico e le “fortune economiche” di un imprenditore, alla luce della fisionomia stessa della politica italiana (di oggi e di allora), possono essere due fenomeni assai più legati e correlati di quanto Polito ami confessare. Ma c’è di più: un discorso sulla continuità (o discontinuità) nel quale i due estremi sono un presente dalla fisionomia ancora liquida e precaria ed un passato recente interessato da un vero e proprio buco di approfondimento e coscienza storica, ci riporta entro gli spazi angusti di una “storia senza problema storico” e non ci emancipa minimamente da quelle prospettive, parziali e sgradevoli quanto si vuole, che riducono Craxi all’esito giudiziario della sua vicenda, basandosi, pur tuttavia, almeno su dei fatti: le sentenze a suo carico. I tentativi di definizione della politica craxiana, finora, non sono andati molto oltre la valutazione positiva della sua battaglia contro la “scala mobile” (con conseguente abbattimento di dodici punti di inflazione; argomento sul quale non ci farebbe male una rilettura di Federico Caffè), della sua “originale” politica estera in occasione del caso di Sigonella e del suo “ripensamento” (ma il termine adeguato sarebbe “revisione”) della tradizione socialista italiana. Assai minore l’interesse (e la discussione) sull’aumento vertiginoso del debito pubblico o sulla condotta, non così originale, del suo governo relativamente all’affare Comiso, cominciato sotto la presidenza di uno dei suoi predecessori ma largamente svoltosi sotto la sua. Se veramente è ritenuta ineludibile una discussione sul craxismo, sui suoi effetti di lungo periodo e sull’eredità che la Seconda Repubblica ha raccolto, penso – e mi permetto di suggerire – che dovremmo cominciare a delineare una posizione di problema che vada oltre la discussione puntuale sul merito di singoli provvedimenti; tale posizione di problema dovrebbe riguardare: 1) l’origine ed il significato della “visione” craxiana della politica e del socialismo italiano; 2) il modo in cui le sue intuizioni si sono concretizzate in una pratica di governo; 3) il modo in cui questa pratica di governo ha influenzato il sistema politico non soltanto rendendo pericolosamente instabile l’equilibrio fra poteri istituzionali ma anche accentuando quella separatezza fra Stato e società civile che storicamente dà luogo a esperimenti caratterizzati dall’assenza di mediazioni politiche nel rapporto fra leader e massa-elettorato. Il primo punto colloca le battaglie politiche di Craxi in un contesto più ampio e cerca di ridefinire la realtà politica dalla cui lettura e decifrazione le idee craxiane ebbero origine (le idee, insegnava Labriola più di un secolo fa, non cascano dal cielo). Magari si scopre che la battaglia contro la “scala mobile” aveva senso in quanto contrapposta a quella concezione del “salario variabile indipendente”, propugnata dal sindacato e legata ad una lettura grossolana e superficiale di Sraffa, che riuscì nella non facile impresa di farsi criticare con successo persino da Sergio Ricossa. Magari si scopre che l’importanza data a questa battaglia è sproporzionata, di fronte ad una politica pressoché assente di controllo dei prezzi. Il secondo punto può essere utile a comprendere il paradosso per cui il socialismo liberale di Craxi, che nella teoria recuperava una serie di figure e tradizioni, da Garibaldi a Rosselli, nella pratica finì con l’essere «molto liberista, assai poco liberale e per nulla democratico» (il giudizio è dello storico del socialismo Gaetano Arfé); magari dall’esperienza craxiana si impara che tra teoria e prassi esiste uno scarto, il quale richiede d’essere colmato con un surplus di approfondimento ed elaborazione culturale, e che il modo in cui le idee incidono sulla realtà dipende dalle “gambe” sulle quali quelle idee camminano. Il terzo punto, infine, riguarda la ricerca delle condizioni istituzionali e sociali che hanno reso possibile l’esperienza berlusconiana e costituisce l’unica condizione che rende possibile un discorso storicamente fondato sulla continuità o discontinuità fra Craxi e Berlusconi, che poi è il problema del rapporto fra Prima e Seconda Repubblica. Tengo, tuttavia, a sottolineare che una simile posizione di problema non si accontenta di indagare la vicenda craxiana nella sua individualità, ma la ripensa come un aspetto della ricostruzione dettagliata di un contesto più ampio e complesso, quello – appunto – degli anni ’80 italiani, il decennio incompreso della nostra storia nazionale. Il Partito Democratico, piuttosto che inseguire la destra sul terreno di stanche prese di posizione che il più delle volte non si distaccano di molto dall’ovvietà, dovrebbe appunto farsi carico di una mobilitazione di energie e risorse intellettuali capaci di portare a fondo l’indagine storico-politica su questo decennio e suscitare lavori analoghi a quello recentemente dedicato da Giovanni De Luna al decennio precedente 1969-1979. Un modo assai più impegnativo e laborioso, ma di gran lunga più proficuo (si pensi, per esempio, ad una analisi attenta del corpus degli scritti teorico-politici craxiani) per sanare un deficit di coscienza storica, per comprendere le radici dell’anomalia italiana ed infine per formulare giudizi politici di peso sui problemi che ci stanno a cuore. Si tenga presente – per concludere in maniera provocatoria – che ho cercato di raccogliere gli elementi per una valutazione politica su Craxi senza fare riferimento alle sue vicende giudiziarie.

 

 

Giuliano Guzzone, Circolo GD Giovane Europa


26 gennaio 2010
Alcune considerazioni sul caso Puglia

Poteva andare peggio. Molte cose possono ancora andar male. Un approccio estraneo all’entusiasmo dilagante (e del tutto motivato) di queste ore può sembrare inappropriato, addirittura distaccato; ma non è privo di senso, né di motivazioni. Le cose potevano andar peggio: se, come si è temuto, l’esasperazione dei toni e lo scambio reciproco di accuse e stilemi avessero preso il sopravvento sul bisogno di progettualità che è universalmente percepito dall’intera galassia progressista pugliese. Possono ancora andare male, se a prevalere dovessero essere le logiche e le parole di contrapposizione, non estranee – mi secca ammetterlo – a frange di sostenitori sia di Boccia sia di Vendola. A iniettare un po’ di fiducia nelle vene degli scettici e dei non-entusiasti sono proprio le parole dei due contendenti, parole di sintonia, di convergenza, di riavvicinamento. Loro anche le uniche dichiarazioni (non mi pare di aver letto nulla di analogo sulla stampa) che, senza nascondere la crucialità delle Primarie e del loro esito, hanno insistito sul loro carattere di punto d’avvio, piuttosto che di approdo o di meta. Sottolineando che il grosso del lavoro è tutto da fare, che il vero avversario non è ancora stato nemmeno “avvistato” e che la superiorità (preferisco il termine desueto “egemonia”) della Sinistra pugliese dovrà farsi valere principalmente nei confronti del Centro-destra, opponendo una “visione” del governo locale ed una serie di contenuti che siano radicalmente di alternativa. Il dato quantitativo uscito ieri dalle urne pugliesi è, pertanto, niente più che un punto di partenza per costruire un’alleanza su presupposti forti, aderente alla volontà della base; un dato inequivocabile, certo; perentorio, sicuro, come tutti i dati numerici; ma non così eloquente da rendere superflua o pleonastica qualche considerazione politica. La prima dovrebbe riguardare, presumo, la composizione dell’elettorato. Ignorare che in quel 70% abbondante che ha conferito a Nichi Vendola l’investitura, sia confluita una porzione considerevole di elettorato del PD sarebbe insensato, direi persino arrogante. Un dato che deve indurci a riflettere. L’elettore del PD che sostiene il progetto vendoliano non emette semplicemente un voto di “sfiducia” nei confronti della propria dirigenza né vota contro la sua appartenenza; esprime, anzi, una volontà positiva: di continuità con la precedente stagione di governo, di unità d’intenti e d’azione a Sinistra; soprattutto si esprime a favore di una appartenenza il più possibile attiva ed operante. La lettura di questo voto è dunque duplice: l’elettore/iscritto del PD vuole “contare”, vuole partecipare attivamente al processo decisionale ed esige che la linea politica nasca dal territorio e venga definita da una dialettica costante con la sua “dirigenza”; il dirigente del PD, d’altro canto, è caldamente “invitato” a comportarsi di conseguenza; lasciando intendere che ogni tentativo futuro di azzerare intere e proficue esperienze di governo (mi preme ricordare che l’atto più recente assunto dalla giunta Vendola riguarda lo stanziamento di 340 mln di euro per il finanziamento di dieci “Aree Vaste”) non soltanto in assenza di vere motivazioni politiche da esporre al vaglio della discussione, ma talvolta in nome di un tatticismo senza senno, spesso fine a sé stesso, incontrerà una rigida resistenza da parte della base e rischierà sempre di produrre uno scollamento. Uno scollamento, quello fra base e suoi organi rappresentativi, che un Partito che si fregia dello status di Democratico, che ha fatto della prassi delle primarie la sua parola d’ordine e il suo battesimo del fuoco, e che aspira ad un ruolo egemone nell’area del progressismo italiano, non può assolutamente permettersi, pena la sua stessa dissoluzione. Questo non per formulare atti di accusa e attribuzioni di responsabilità: ci penseranno altri a farlo; ma per constatare un fatto inequivocabile che dovrà sempre guidarci nella scelta dei nostri rappresentanti; ogni errata “lettura” del territorio, ogni impropria svalutazione dell’autocoscienza del corpo elettorale a mero senso comune, ogni tentativo di sovraordinare i mezzi e i fini della politica da posizioni di vertice, senza autorevolezza, senza ratio, sortisce l’unico effetto di indebolire il Partito e di esporre la coalizione a logiche di contrapposizione e frammentazione interna. Dal risultato del 24 gennaio 2010 la Puglia può e deve ripartire; ma dovrà farlo riservando la parola d’ordine della “Puglia migliore” per la competizione col PdL, che deve ancora cominciare e sarà faticosa, e comprendendo che il PD e la SEL incarnano due modi diversi, non contrapposti, ma complementari, magari anche convergenti, di concepire la teoria e la pratica dello “stare a Sinistra”. Da questo punto di vista le parole pronunciate ieri da Gero Grassi, deputato PD, seppure irrealistiche e poco credibili a seguito del tentativo, da parte di alcuni dirigenti PD, di silurare Vendola, devono essere decifrate non come una manifestazione di velleità annessionistiche ma come l’espressione in buona fede di un dato non estraneo a parte considerevole della dirigenza e dell’elettorato PD in Puglia; esiste un modo comune di intendere il governo della Regione che può costituire la base per una intesa stabile, su un piano di lealtà, di equità, di rispetto reciproco, di collaborazione proficua. Esiste, ed è praticabile, la prospettiva di una strategia comune capace di restituire alla Puglia la sua dignità di “laboratorio politico”, di banco di prova non per insensate alleanze ibride, ma per scelte politiche di sostanza (nel campo della solidarietà sociale, dello sviluppo economico, della tutela ambientale, dell’estensione sostanziale della cittadinanza, della formazione e del lavoro) capaci di prefigurare un modello di governo di vera alternativa. Un modo per recuperare la dimensione del governo locale come dimensione dell’incivilimento collettivo; se non altro, perché la posta in  gioco è il futuro, e non solo quello del Tacco dello Stivale.

 

Giuliano Guzzone, Circolo GD Giovane Europa                

                                


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14 gennaio 2010
Presentazione del libro "La sinistra possibile.Il Partito democratico alle prese con il futuro"
Lunedì 18 gennaio, alle ore 18.30, presso l'aula 3 della Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa, il Circolo "Giovane Europa" incontrerà Vannino Chiti, vicepresidente del Senato, in occasione della presentazione del suo ultimo libro, dal titolo "La sinistra possibile. Il Partito democratico alle prese con il futuro". Interverranno i professori Emanuele Rossi, Anna Loretoni e Francesco Strazzari.

29 ottobre 2009
Una nota sul caso Marrazzo

La vicenda che ha interessato l'ex Governatore del Lazio certamente ha degli aspetti inquietanti. Non sono, però, quelli a cui si riferiscono quasi tutti gli interventi dei politici negli ultimi giorni. Ci sono due questioni che andrebbero messe in evidenza, rectius che il Partito Democratico avrebbe il dovere di mettere in evidenza. Piero Marrazzo è la vittima, forse non la sola, di un disegno criminale, finalizzato a ricattare i clienti delle prostitute che esercitano in alcune zone della città di Roma. Va ricordato che, nel nostro Paese, né chi si prostituisce né chi usufruisce di tale servizio viola la legge. Dunque l'ex Presidente della Regione Lazio, per quel che ne sappiamo, ha agito in maniera perfettamente lecita. Se quel gesto assume, sul piano personale, un significato problematico, spetta solo al diretto interessato stabilirlo. E Marrazzo ha ritenuto, autonomamente, che quel fatto gli impedisse di portare a termine il mandato presidenziale. Ciò non cambia la sua posizione di vittima, e questa va tutelata in sede giudiziaria (ci penserà la magistratura) e in sede politica (ci dovrebbe pensare il suo partito).

Detto questo, c'è un altro punto: le indagini si stanno ampliando e la rete dei ricatti potrebbe rivelarsi molto più estesa. Una forza politica di sinistra ha il dovere di porre in risalto questa drammatica situazione. Non basta l'attività degli inquirenti, i quali si limitano ad applicare la legge che c'è: è necessario l'intervento di chi la legge la può cambiare, perché qui sta il punto. La maggior parte di chi si prostituisce è un soggetto debole, non dal punto di vista fisico, morale o economico (può prospettarsi anche quest'ipotesi, ahimé), ma dal punto di vista giuridico, perché privo del permesso di soggiorno e, in particolar modo dopo l'introduzione del reato di ingresso e soggiorno illegale, di tutela da parte delle pubbliche autorità. Tra l'altro, in questa faccenda, alcuni esponenti delle forze dell'ordine sono entrati in gioco non a difesa delle prostitute ricattate, ma in qualità di ricattatori. E' lecito o meno pensare che le forze dell'ordine possano abusare facilmente della propria autorità nei confronti di chi non ha la benché minima possibilità di tutela? E' lecito pensare che il poliziotto, minacciando l'espulsione, possa ottenere qualsiasi cosa da una prostituta clandestina, finanche l'orario in cui il politico o l'imprenditore famoso si presentano per fare sesso?

A tutto questo c'è un possibile rimedio: il pieno riconoscimento dell'attività prostituzionale come lavoro, da potersi svolgere sia autonomamente sia in forma subordinata e, di conseguenza, la possibilità di ottenere il permesso di soggiorno proprio in virtù del fatto che si svolga tale attività lavorativa.

In questo modo il legislatore avvierebbe una stagione di riforme volte a dare piena dignità all'esercizio della prostituzione, in modo da attenuare la subdola criminalizzazione de facto di chi, liberamente, esercita un'attività lecita e di chi, liberamente, ne usufruisce.


Carmine Luca Volino, Circolo GD Giovane Europa


20 ottobre 2009
Documento di contributo alla mozione Bersani
C’è una parola che è stata accantonata nel dibattito pubblico i

Elezioni primarie del Partito Democratico



  25 ottobre 2009


Premessa



Siamo un gruppo di studenti e dottorandi della Scuola Normale Superiore e della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, provenienti da tutta Italia. Abbiamo creduto nella promessa di innovazione e partecipazione che il Partito Democratico intendeva rappresentare, e ci siamo impegnati sin dalla sua fondazione perché questa fosse mantenuta. Troppo spesso al dibattito sulle idee e sui contenuti, questo partito ha preferito la polemica sulle postazioni di potere e sulle gelosie reciproche. In questo contesto, una generazione che rivendica semplicemente maggiore spazio per il merito e le competenze nella selezione dei gruppi dirigenti e dei rappresentanti del partito nelle istituzioni, è stata messa in disparte.

Questo congresso può rappresentare un momento fondamentale per fare chiarezza e per costruire davvero il partito che serve all’Italia. Noi vogliamo fare la nostra parte. Il progetto di partito di Pierluigi Bersani ci convince, e vogliamo consegnare idealmente a lui questo documento, che rappresenta un contributo di idee per ridefinire le priorità dell’azione futura del PD.


Pisa, Ottobre 2009


Solidarietà: riscoprire la “ragione sociale” di ogni forza progressista


C’è una parola che è stata accantonata nel dibattito pubblico italiano: “solidarietà”. Essa ha rappresentato la ragione delle grandi riforme sociali della seconda metà del secolo scorso, e l’idea intorno alla quale le grandi forze politiche del passato hanno saputo trovare, nel rispetto dei ruoli di maggioranza ed opposizione, convergenze utili per l’avanzamento della società italiana.


Oggi essa rappresenta, alla luce dell’evoluzione del panorama politico italiano e della diversa articolazione delle forze politiche, il collante autentico di tutte le esperienze vicine o lontane nel tempo che hanno portato alla nascita del Partito Democratico. Il valore della solidarietà rappresenta la “ragione sociale” di ogni forza progressista occidentale, e l’elemento che deve continuare, ancora oggi, a costituire il solco profondo tra destra e sinistra.

In un momento storico in cui l’amministrazione Obama si interroga su come estendere l’assistenza sanitaria su base universale e si preoccupa di introdurre dosi massicce di equità sociale in un sistema che ha seguito altre direzioni nell’ultimo secolo, rivendicare le radici dell’impegno politico del nostro partito può essere doppiamente utile. In primis perché bisogna smettere di accettare passivamente l’etero-direzione della nostra agenda politica, rincorrendo le forze di governo e i loro media su priorità che non sono nostre. Secondariamente, perché viviamo in un paese che sta progressivamente dimenticando la sua storia e la propria capacità di misurarsi con le situazioni di disagio e di difficoltà.


Di questo è largamente responsabile la politica, che troppo spesso ha lasciato che il welfare lo facessero le famiglie e le reti di relazioni. Questo ha portato alla proliferazione degli egoismi e della cura del particulare.


Oggi è necessario coniugare una nuova etica delle responsabilità per la politica, proprio a partire dal paradigma della “solidarietà”. Esso va applicato al ripensamento complessivo dello stato sociale e del ruolo della politica nel nostro paese.


Abbiamo il compito di ripartire da ciò che ci unisce e non da ciò che ci divide. Ripartire dai valori fondanti della nostra Costituzione, da quei valori che furono mirabile sintesi della componente cattolico-sociale e di quella di sinistra, le stesse tradizioni che oggi confluiscono nel Partito Democratico. Ripartire dal dovere di solidarietà tra cittadini e tra uomini tutti, contrapponendo un nuovo modello culturale, una nuova idea di Paese alla narrazione della destra, incentrata su egoismo, ricerca del successo personale a tutti i costi, paura. Un modello di società escludente (perché esclude chi non risponde allo stesso paradigma culturale dominante) che deve essere sostituito da un modello inclusivo, che faccia delle diversità una ricchezza, incentivando la comune partecipazione alla costruzione della società.


Solidarietà” deve tornare ad essere il nostro valore di riferimento anche in campo economico-sociale. Molto spesso si è detto che il modello italiano, basato sulla piccola e media impresa, sull’associazionismo, sulla famiglia come grande ammortizzatore sociale, presenta una particolare resistenza alle crisi, ai momenti di difficoltà economica. Tuttavia, il nostro è un Paese che, al di là del sistema, ha visto sempre più crescere le sperequazioni. Bisogna investire sulla riduzione di queste ultime senza lasciare nessuno indietro, facilitando la mobilità sociale e ponendo tutele maggiori in materia di ammortizzatori sociali. È necessario dunque agire in un’ottica redistributiva, secondo cui lo Stato fornisce a tutti gli individui uguali possibilità in base al principio meritocratico. Tali possibilità devono essere fornite anche e soprattutto grazie alla collaborazione dei settori produttivi e delle istituzioni culturali più avanzate. Entrambi i principi, quello meritocratico e quello perequativo, non possono non essere le caratteristiche basilari dell’azione di una sinistra moderna.


Solidarietà”, infine, deve essere la parola che torni ad orientare le politiche della sinistra riformista per l’integrazione degli immigrati che confluiscono nel nostro Paese. Politiche meramente lassiste, che non diano risposte efficaci e si limitino a tollerare, potranno solo creare conflitti e inasprire l’ostilità. Dobbiamo, al contrario, recuperare la memoria del nostro passato di migranti e della nostra tradizione di accoglienza. Bisogna, dunque, costruire politiche di integrazione e creare un sistema in cui coincidano diritti e doveri per gli stranieri migrati nel nostro Paese, consentendo loro di sentirsi cittadini alla pari degli altri cittadini e vigilando sui casi di sfruttamento dell’immigrazione. La criminalizzazione e l’imputazione di ogni problema e paura allo straniero, fomentano soltanto odio e intolleranza. Siamo destinati a diventare una società multietnica: a una classe politica responsabile chiediamo di condurci ad affrontare questa sfida con equilibrio, integrando e accettando, nelle dichiarazioni e nei fatti, la nuova configurazione sociale dell’Italia.


Per una rivoluzione civica: il Meridione come interesse nazionale


La scomparsa del Mezzogiorno dall’agenda politica italiana è un dato acquisito da ormai non poco tempo. Poiché la “questione meridionale” è problema di carattere nazionale e non localistico, lo sviluppo reale del Mezzogiorno è condizione di crescita dell’intero Paese e non solo di una sua parte.

Il Partito Democratico deve perseguire una ‘rivoluzione’ meridionale che, proprio a causa della sua rilevanza, non potrà che essere una ‘rivoluzione’ nazionale, che si concluda con l’affermazione di un nuovo modello di civismo.


Non si può non partire dal presupposto scomodo per cui lo Stato e la politica, in particolar modo nel Meridione, assumono le sembianze di un mostro a due teste; da una parte percepito come inutile ingombro, dall’altra strumento di clientelismo e costruzione di feudi inespugnabili. Il male radicale del Sud Italia è costituito esattamente dall’incapacità consapevole dello Stato di essere presente in maniera efficace sul territorio. Il passaggio successivo, rappresentato dall’inserimento della mafia negli spazi lasciati vuoti da una politica irresponsabile, è ineluttabile.

La creazione del nuovo modello di civismo di cui il PD deve farsi portatore si impernia su due pilastri, tra loro in rapporto di profonda interazione: da una parte la revisione di molti aspetti del sistema scolastico, in particolar modo del livello medio; dall’altra, una lotta per l’instaurazione di quella legalità che solo la politica può portare avanti. Circoscrivere il contrasto alla criminalità entro i confini dell’azione penale significa affrontare in maniera parziale le radici di quei fenomeni che rappresentano un ostacolo per lo sviluppo del Mezzogiorno e, quindi, dell’Italia tutta.


Per questo motivo, bisogna ripartire dalla convinzione per cui “la mafia sarà vinta da un esercito di maestri elementari”: preparato a dovere, tanto nei contenuti quanto nel metodo d’insegnamento.

Il ruolo dello studente assume una rilevanza sensibile: è necessario restituire piena dignità alla sua condizione, troppo spesso limitata dal suo status familiare, sociale ed economico; seguire lo studente durante tutto il suo percorso di formazione, specialmente nei casi di difficoltà di accesso all’istruzione; favorire lo sviluppo a trecentosessanta gradi della personalità; monitorare con la massima attenzione il fenomeno della dispersione scolastica e sincerarsi che, nel caso di abbandono prematuro del mondo della scuola, il ragazzo non finisca nell’abbraccio mortale della malavita ma abbia effettive possibilità di sbocchi lavorativi.


È anche e soprattutto dalla realizzazione di un sistema scolastico migliore che passa la sfida per l’affermazione di un rinnovato senso della legalità, che sia specialmente presente nell’approccio della politica rispetto alle dinamiche economiche.

In tal senso, un problema è rappresentato dalla gestione delle risorse e dal controllo che la politica esercita su queste; un nodo il cui scioglimento potrebbe essere agevolato da un modello federale di partito che consti di un centro forte, deputato, ad esempio, alla valutazione imparziale ed informata dei bisogni territoriali, e di strutture periferiche dotate di ragionevole autonomia, per il miglior uso possibile delle risorse secondo la necessità reale del territorio.


In tale ottica una selezione rigorosa della classe dirigente riduce le possibilità che le mafie si servano o s’identifichino con la politica. Per contrastare tali fenomeni, essenzialmente economici, è necessario porre sotto il controllo dello Stato due delle maggiori fonti di accumulazione di capitale della malavita organizzata, quali droghe e prostituzione; per quanto riguarda il riciclaggio delle risorse acquisite, bisogna rendere maggiormente trasparenti e soggetti a controllo gli spazi di possibile riutilizzo dei capitali da parte della mafia; infine, introdurre criteri più rigidi per la partecipazione a gare d’appalto. La presenza diffusa della criminalità è anche condizionata da notevoli oneri amministrativi e fiscali che molto spesso incontrano l’avvio e il mantenimento di una attività commerciale; alleggerire un simile peso vuol dire, per lo Stato, acquisire un credito d’immagine nei confronti dei cittadini e, per questi, avere meno motivazioni per sottoporsi al ricatto della criminalità organizzata.


Crisi economica e crisi del politico: per un nuovo rapporto tra Stato e mercato


Il rapporto tra la politica e il mercato costituisce, a nostro avviso, la questione principale che una forza politica deve porsi nell’affrontare qualsiasi problematica di carattere economico.

Il mercato rappresenta un'istituzione imprescindibile per accrescere il benessere collettivo. Tuttavia, ciò non ne giustifica un'assolutizzazione: alla politica spetta il compito di selezionare gli spazi in cui la libera concorrenza lede valori fondamentali della comunità, rispetto ai quali va certamente bilanciato quello della libera iniziativa. Al contempo, è compito della politica individuare quei settori in cui è invece l'assenza di concorrenza ad impedire la piena realizzazione dell'individuo, intervenendo a rimuovere gli ostacoli.


L’efficienza, pertanto, non può e non deve assurgere ad obiettivo primario e indiscutibile dell’azione politica: in tal caso, non potremmo che riconoscere una crisi del politico, una difficoltà, cioè, della cultura politica e dei politici a divenire dirigenti, ad orientare lo sviluppo della società umana verso valori ed orizzonti differenti da quelli proposti dal liberismo economico.


Noi riteniamo che l’attuale, preoccupante, situazione economica derivi, in ultima istanza, dall’aver declinato una simile ideologia nell’ambito del mondo finanziario occidentale; pensiamo che il problema basilare sia consistito nell’illudersi che gli strumenti, i mercati e le istituzioni della finanza potessero essere arbitri di se stessi. La conseguenza è stata la sottovalutazione del rischio sistemico ingenerato dalle attività che quegli agenti hanno posto in essere.

L’attuale sistema economico non può funzionare senza ripristinare il primato della rule of law: non si può pretendere che Tizio, sapendo di potersi arricchire di più, auto-limiti i suoi profitti per scongiurare un pericolo sistemico che, preso singolarmente, egli nemmeno percepisce. C’è chiaramente bisogno che qualcuno glielo imponga.

Noi, invece, negli ultimi vent’anni, abbiamo pensato che Tizio si sarebbe auto-limitato. Abbiamo accolto una visione idilliaca delle interazioni tra i soggetti economici.

È stato, quindi, prevalentemente, un problema di mentalità ed è su questo punto che bisogna impostare la strategia di politica economica per superare la crisi.


Ancora oggi, invece, nel pieno della recessione, il rischio è che non si vada oltre gli interventi monetari e fiscali di carattere straordinario, perdendo l’occasione per pensare e iniziare a costruire la struttura economica del domani, fondandola su differenti basi politico-culturali.

In questa auspicabile prospettiva di lungo periodo, potrebbe rivelarsi opportuno un ampliamento delle competenze delle banche centrali per quanto concerne la “tutela della stabilità sistemica”, affinché queste cerchino di contrastare nel loro stadio iniziale preoccupanti esplosioni del credito. Tuttavia, l’accresciuta importanza di questi organismi non dovrà essere fonte di giustificazione per quel vistoso passo indietro rappresentato dal ritorno dei politici sulla scena del controllo dell’inflazione.


Quanto ai governi, i “pacchetti di salvataggio” proposti hanno quasi tutti una prospettiva meramente congiunturale. Inoltre essi sollevano considerevoli perplessità: si teme per la stabilità dei conti pubblici, per l’azzardo morale che causeranno e per le contraddizioni insite nel principio too big to fail. Infine, emerge il problema del coordinamento delle varie politiche, fiscali e monetarie: l’8 ottobre 2008, le principali banche centrali hanno deciso, congiuntamente, di procedere ad una riduzione dei tassi d’interesse, dimostrando la volontà di affrontare la crisi in maniera unitaria. Quest’evento, tuttavia, è stato un’eccezione nel panorama complessivo. Lo dimostrano le preoccupazioni della Commissione Europea, relative alle distorsioni che hanno potuto cagionare alla concorrenza le diversità tra le politiche adottate dai Governi nell’ambito dell’Unione. Ciò dovrebbe far riflettere sull’opportunità di avere, in Europa, una politica monetaria accentrata e non una politica fiscale lasciata alle decisioni di 27 Ministri diversi.


Al di là dei difetti e delle incongruenze, è fuori discussione che, senza l’intervento pubblico, oggi non potremmo neanche più parlare di economia. Tuttavia, non possiamo non approfittare di questo momento di difficoltà per pensare alle riforme strutturali. I politici sono restii a farsene carico, perché si tratta di avviare processi dolorosi, volti, da un lato, a correggere gli squilibri macroeconomici globali e, dall’altro, a frenare un sistema finanziario in gran parte privo di regole. I principali obiettivi dovrebbero essere, nel settore finanziario privato, ridurre il ricorso al leverage e all’indebitamento, rinforzando la consistenza patrimoniale delle istituzioni; vigilare più rigidamente sugli strumenti adottati e sulle caratteristiche che li rendono sistemicamente rischiosi, senza smantellare i mercati finanziari, fondamentali per l’esistenza delle moderne economie capitalistiche. L’obiettivo della nuova politica che noi auspichiamo non deve consistere nell’annientare la finanza, additata come fonte di tutti i mali, ma nel rafforzarne la struttura, facendo sì che essa possa assolvere la sua funzione senza creare irrealistici scenari di spropositata ricchezza.


La cosa più difficile non sta nel salvare una banca, nel ripristinare la fiducia dei consumatori, nello sventare il pericolo della deflazione. Il passo più importante da compiere consiste nell’invertire una tendenza che, prima che economica, è di tipo culturale.

Auspichiamo un progetto con una prospettiva molto più ampia, con le seguenti caratteristiche: coordinamento politico a livello comunitario, obiettivi di carattere strutturale, ripristino della concorrenza e dei limiti all’intervento dello Stato laddove ciò risulti benefico per il sistema.

Tutto questo non è possibile senza una ‘carta dei valori’, senza un preciso programma culturale che riconosca la dignità e la centralità del lavoro, non ridotto a precaria fonte di sostentamento ma inteso quale dimensione precipua di realizzazione dell’uomo.


Oltre la retorica del merito: responsabilità e uguali opportunità


Il merito è oggi il solo strumento in grado di rilanciare il Paese, spezzando le catene che bloccano le energie vitali della società italiana, liberando la creatività e l’imprenditorialità dalla cappa che le sta soffocando. È il solo strumento in grado di creare infinite opportunità generando una competizione virtuosa, in un’ottica cooperativa e collaborativa che dia a ciascuno il senso di una missione comune. Non sono l’individualismo spinto e il successo personale ad ogni costo a generare crescita e progresso: solo la capacità di incentivare comportamenti virtuosi e di premiare i picchi di eccellenza senza dimenticare di recuperare chi resta indietro, può restituire allo Stato la sua dimensione di comunità.

Una politica che dimentica il merito è nociva tanto quanto una che ne promuove la retorica ma non la sostanza. Il merito vero, non quello ventilato, deve saper rendere concreta l’idea di uguaglianza: la vaghezza della misura del merito, infatti, conduce in modo inevitabile al suo rifiuto e finisce con il mortificare chi innova.


L’Italia in cui oggi viviamo, l’Italia del mal di merito, l’Italia che paradossalmente ha paura delle proprie risorse migliori perché hanno l’audacia di proporre letture inedite della società, ha rimosso due elementi fondanti del merito: uguaglianza di opportunità e uguale responsabilità individuale. Ha dimenticato che, se non si garantiscono a tutti uguali punti di partenza, la gara che si instaura è pericolosamente falsata; ha scordato che, assicurate pari condizioni di gioco ai concorrenti, ciascuno di essi deve poi essere pienamente responsabile dei propri risultati e del modo in cui li ha conseguiti. Si tratta di due fattori imprescindibili per definire la dimensione morale del merito.

La politica, l’università, il mondo del lavoro in Italia troppo spesso hanno invertito e invertono – non certo per pura casualità – l’urgenza di questi due momenti nel selezionare le proprie classi dirigenti, creando così un’Italia a due velocità: quella del merito auspicato e quella del de-merito effettivo. Di questo le sinistre e le destre nel nostro Paese portano sulle spalle una responsabilità ugualmente pesante. Il Partito Democratico non deve tacere di fronte a un simile tradimento, dimostrando nei fatti di non tollerare più che i giovani di domani continuino ad essere derubati del proprio futuro.

L’alta percentuale di figli d’arte del nostro Paese non è solo il risultato di importanti tradizioni famigliari che si tramandano, ma anche e soprattutto lo specchio di una società cristallizzata che ha paura di rischiare, di uscire fuori dal recinto protettivo della famiglia e di scommettere su se stessa.


Per rendere credibile l’ideologia delle pari opportunità è necessario promuovere un’idea di società mobile in cui il background famigliare non costituisca un laccio mortale al collo degli individui per il dispiegamento delle proprie potenzialità. Occorre rilanciare un sistema sociale fondato su una nozione forte di fiducia: fiducia nella trasparenza delle regole, nell’oggettività dei sistemi di valutazione all’inizio e alla fine di un percorso, nella disponibilità delle generazioni più mature a farsi partecipi e promotrici del rinnovamento; fiducia in una società che tiene a valorizzare il capitale umano di ciascuno, nelle possibilità di chi oggi è costretto a stare in ultima linea a diventare l’avanguardia di domani. Il Partito Democratico deve costruire un’Italia in cui un’educazione di alto livello diventi l’eredità più preziosa che i genitori possano lasciare ai propri figli. Investire nella formazione dei giovani e valorizzare i percorsi più prestigiosi giova all’Italia, alla sua economia, alla sua politica: il Partito Democratico deve iniettare la convinzione che la via del merito paga e riduce, anziché aumentare, l’ineguaglianza sociale.

Il merito che vogliamo deve fondarsi sull’uguaglianza dei punti di partenza, sull’azzeramento delle disuguaglianze economico-sociali che impediscono ancora a troppi di esprimere il proprio potenziale, sull’internazionalizzazione delle competenze attraverso un sistema di borse di studio, su procedure di concorso trasparenti, su sistemi di valutazione oggettivi, sull’incentivazione della mobilità sociale a livello nazionale, internazionale e di genere e sulla riduzione progressiva e costante della disuguaglianza inter- e intra-generazionale.


Noi crediamo che la politica, in questo contesto, debba dare il valore dell’esempio: vogliamo che la rivoluzione del merito, di un merito ben concreto, parta in primo luogo dai processi di selezione delle classi dirigenti nei partiti, a cominciare dal Partito Democratico. La politica italiana non può tenere ai propri confini quei giovani che investono al 100% nella propria formazione e che alla mera cooptazione preferiscono mettersi in gioco per conquistarsi sul campo opportunità e responsabilità.

Durante le campagne elettorali di questi primi due anni, è stato spesso ripetuto con grande entusiasmo che il Partito Democratico avrebbe portato un’innovazione nella politica italiana, che si sarebbe configurato come una svolta, un’alternativa. Questa alternativa la stiamo ancora aspettando. Quello che si è verificato a livello locale e nazionale è stato in molti casi l’esatto contrario. Invece che ad un vero ricambio sulla scena politica, assistiamo alla comparsa di facce nuove che parlano con voci misteriosamente già sentite, di giovani quarantenni che fanno scalpore per la loro semplice presenza in una lista elettorale di “vecchietti”: non innovazione vera e concreta, dunque, ma pure spennellate di nuovo, di un nuovismo fine a se stesso e di comodo.


Merito”, in un partito che si dice ‘Democratico’, significa selezionare una classe dirigente non per la sua capacità di tesseramento, non per il numero di iscritti e clienti, correnti e camarille che porta con sé, ma per il numero di persone che riesce ad aggregare intorno a un progetto politico, a un programma di governo: una classe dirigente selezionata in base alla sua capacità di elaborare contenuti, per la quale il partito sia lo strumento della lotta politica e non il fine stesso.

La politica del merito non si risolve nella ‘caccia alle idee’ soltanto in coincidenza delle campagne elettorali: un partito vive davvero se promuove un’elaborazione costante di contenuti e una competizione trasparente per la selezione dei propri leader. Chiediamo per questo che il Partito Democratico dimostri di essere realmente un’innovazione nella politica italiana; che i percorsi di formazione più avanzata non costituiscano un’eccezione nei curricula dei leader di partito; che la capacità di pensare in modo criticamente e autonomamente costruttivo ne sia un tratto distintivo; che le competenze diventino – sempre – il retroterra indispensabile di una buona politica e di una promettente classe dirigente.


L’Italia oltre l’Italia: per una cultura democratica europeista


Parlare di politica estera italiana significa tracciare un disegno completo e coerente degli interessi nazionali all’estero e individuare gli strumenti necessari alla loro attuazione nel rispetto e nella promozione dei nostri valori democratici.

È ormai indubbio che il futuro dell’Italia dipenda da un intrecciarsi sempre più fitto di politica interna e politica estera. Tale interdipendenza ha un’implicazione precisa: il nostro Paese deve rispondere all’esigenza di coordinare e disciplinare in modo virtuoso tanto il livello nazionale quanto la dimensione europea e quella multilaterale: ne andrà, infatti, dell’efficacia della nostra politica estera. Inoltre, se verranno colte e accolte fino in fondo l’importanza e l’opportunità rappresentate da tale esigenza, si potranno evitare sterili contrapposizioni tra nazionalisti di ritorno e globalisti convinti della fine dello Stato nazionale.


Nella storia repubblicana, il punto di riferimento che orientava le scelte in politica estera era dato dal difficile equilibrio tra una spinta europeistica all’integrazione comunitaria, l’alleanza d’oltreoceano con gli Stati Uniti e la ricerca di un proprio spazio nella zona mediterranea. Ancora oggi, l’azione italiana si sposta lungo questi assi di riferimento, nonostante ciascuno di questi sia profondamente cambiato. I fenomeni migratori, lo squilibrio e la disuguaglianza tra il Nord e il Sud del mondo, il surriscaldamento globale, l’instabilità medio-orientale e le sfide alla sicurezza nazionale, la globalizzazione dell’economia, l’ascesa di nuove potenze e la forte dipendenza energetica del nostro Paese sono solo alcune tra le più difficili sfide di questo periodo storico. E allora, adesso più che in passato, l’Italia deve riconoscere che il timore di una perdita di peso specifico nell’arena internazionale deve essere controbilanciato dalla consapevolezza che ancorare parte della sovranità nazionale al rispetto di regole comuni, europee e multilaterali, è l’unico modo non solo per acquistare e mantenere influenza, ma anche per poter dare una risposta più efficace a problemi di tale natura. Gli strumenti per agire nel modo più vantaggioso e corretto, giacciono nelle istituzioni di una migliore governance del sistema internazionale. Pertanto, la riforma di tali istituzioni costituisce non soltanto un punto di partenza per affrontare le sfide del XXI secolo, ma soprattutto per tutelare l’interesse nazionale all’estero.


L’Italia deve puntare all’europeizzazione di quei fenomeni che, in un modo troppo semplicistico, vengono presentati all’opinione pubblica dalle forze politiche attualmente al governo: non è reagendo con chiusura e durezza ai problemi della comunità globale che si può pensare di garantire ai cittadini italiani una vita più serena e pacifica nel proprio Paese. È, invece, fornendo una risposta che sia intelligente, ma anche “emotiva”, alle paure e alle perplessità degli italiani che il Partito Democratico può ritrovare il proprio compito di forza riformista: ad esempio, fare capire che le “im-migrazioni” nascono dalle “migrazioni” globali e che non solo è impensabile, ma anche pericoloso, all’alba del XXI secolo immaginare di costruire comunità chiuse e ostili al loro interno e al loro esterno. Bisogna far capire che con la globalizzazione le pareti di tali comunità hanno e avranno una natura sempre più “osmotica” e che una questione di natura globale e transnazionale non può essere ricondotta a un mero problema di ordine interno.


All’interno di questa cornice, si collocano le sfide per il Partito Democratico. Un partito che, attualmente, già dispone delle basi culturali, politiche e sociali idonee a riconoscersi in un’azione che sia veramente riformista. È proprio pensando alla politica estera del Paese, che il Partito Democratico deve rendersi il motore di un profondo rinnovamento dell’Italia nel suo complesso: in primo luogo, un rafforzamento della stabilità politica interna e un’attenzione particolare alla crescita economica del Paese sono le condizioni necessarie per muoversi nello scenario internazionale e per promuovere con efficacia gli interessi e i valori italiani. In secondo luogo, la promozione e la continuazione delle missioni di pace, all’insegna del multilateralismo e del diritto internazionale e caratterizzate da un impegno non solo militare ma anche civile, sono i presupposti essenziali per il mantenimento di uno spazio per l’azione della politica estera italiana.

Tenendo ben presente quanto detto, il Partito Democratico non può, infine, sottrarsi a un compito che eredita dalle più importanti tradizioni riformiste appartenenti alla storia della sinistra italiana: diffondere in modo serio e consapevole una cultura democratica europeista come strumento per saper leggere e affrontare, in modo lungimirante, le tendenze e i caratteri del secolo che è, solamente, appena iniziato.



Primi firmatari


Carlo Cantore Studente Giurisprudenza, Potenza

            Giorgio Malet Studente Scienze Politiche, Napoli

Leandro Mancano Studente Giurisprudenza, Foggia

Antonio Principato Studente Giurisprudenza, Messina

Giulio Maria Raffa Studente Scienze Politiche, Verona

David Ragazzoni Studente Filosofia, Firenze

Davide Ragone Studente Giurisprudenza, Prato

Irene Tofanini Studentessa Giurisprudenza, Montepulciano (Si)

Carmine Luca Volino Studente Giurisprudenza, Lauro (Av)


Sottoscrivono


Sara Boezio Studentessa Lettere Classiche, Potenza

Lucia Boschetti Studentessa Filosofia, Vicenza

Jacopo Branchesi Dottorando Filosofia Politica, Roma

Francesco Buscemi Dottorando Storia, Palermo

Daniele Canarutto Studente Medicina, Torino

Francesco Dei Studente Storia, Firenze

Carolina De Simone Studentessa Scienze Politiche, Salerno

Andrea Giampiccolo Studente Filosofia, Trento

Emanuele Giuliano Studente Economia, Grosseto

Gianluca Gucciardi Studente Economia, Palermo

Dario Gurashi Leley Studente Filosofia, Bari

Daniele Lorenzini Studente Filosofia, Bologna

Angelo Petrosillo Dottorando Giurisprudenza, Monopoli (Ba)

Diego Pirillo Assegnista di ricerca Filosofia, Trento

Giuseppe Provenzano Dottorando Giurisprudenza, Milena (Cl)

Maria Giulia Rancan Dottoranda Giurisprudenza, Lonigo (Vi)

Marco Roberti Studente Scienze Politiche, Roma

Mattia Ricci Studente Economia, Parma

Cesare Santus Studente Storia, Milano

Luca Serafini Studente Filosofia, Roma

Lorenzo Steardo Dottorando Filosofia, La Spezia

Giordano Toffolon Studente Economia, Roma

Silvia Venturelli Studentessa Lettere Classiche, Genova


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4 ottobre 2009
Qualche riflessione sulla prima fase congressuale

Si è da poco conclusa la fase delle convenzioni di circolo del PD e, ancora prima che emergano numeri e verdetti, sono stati posti in evidenza alcuni aspetti sui quali non è inutile operare qualche considerazione. Il congresso s’intende che sia soprattutto un momento di confronto prima ancora che una competizione fra aspiranti leaders. Nel nostro caso ciò significa che è sostanzialmente ingiusto anteporre la critica alla constatazione di quanto di positivo è maturato sul terreno della discussione interna. Tali aspetti positivi vanno ben oltre la semplice mobilitazione di energie “organizzative”, la quale cosa ha comunque un significato in un Paese, quale è il nostro, in cui pochi sono i partiti (ossia i movimenti politici che accettano la denominazione di “partito”) e meno ancora quelli in cui si aprono spazi di discussione interna fra gli scritti. Tuttavia ciò che di positivo è stato constatato trascende ampiamente l’esteriorità e riguarda la tensione emotiva verso il miglioramento (miglioramento del Partito, miglioramento dell’Italia, abbiamo risentito la parola “speranza” echeggiare nei congressi cittadini) e lo sforzo intellettuale teso a edificare l’innovazione su una analisi la più scrupolosa possibile di quanto accaduto negli anni recenti, almeno dal 2006 (se non da prima ancora) ad oggi. Certo, le analisi sono state di segno opposto, hanno dato luogo a diagnosi differenti e hanno dato luogo a progettualità alternative. Ma, al di là di questo, per la prima volta nella storia recente del PD, il presente è stato pensato e concepito come anello di congiunzione fra il passato ed il futuro. Lemmi che si ritenevano caduti in desuetudine (abbiamo riascoltato parole come “egemonia”, locuzioni come “missione storica”) sono stati pronunciati in luogo delle parole d’ordine, un po’ abusate un po’ stantie, del nuovismo; “radicamento” sul territorio e “attivismo” politico sono i due fondamenti su cui pare sia stata innestata la tematica dello sviluppo futuro del PD. Al di là degli esiti di questo congresso, questi elementi sono stati percepiti e rappresentano l’eredità che il confronto interno alla “base” del Partito, una base che vuole essere presente, che vuole tornare a “contare qualcosa”, che vuole essere ancora protagonista della fase costituente in atto, lascia ai livelli successivi della discussione. Esistono, tuttavia, elementi di criticità che rischiano di intorbidire e di incrinare il valore di questo contributo. Il primo di essi è il disorientamento degli iscritti; il tesserato del PD, stimolato da analisi dai contenuti divergenti e da conclusioni spesso inconciliabili tra loro, non sa dire di che marca è, o sarà, o dovrà essere il progressismo del PD, non sa bene a chi dovrà rivolgersi, quali nodi dovrà sciogliere e quale linguaggio dovrà parlare. Di più: colpito dalle affermazioni, un po’ meschine un po’ anguste, di chi cerca di delegittimare ex ante il verdetto dei congressi puntando sulla priorità dell’esito delle primarie di tutto il popolo, il tesserato del PD non sa quale è lo spazio di sua competenza, il ruolo che gli spetta, i diritti e i doveri che definiscono la sua cittadinanza effettiva nella struttura del Partito. E si badi bene: la questione non è meramente organizzativa; è un problema etico e politico che richiede chiarezza ed esige interventi mirati: è il problema della forma-partito come problema a) delle forme della partecipazione democratica alle scelte del Partito, b) dell’interazione fra prassi congressuale e prassi delle primarie. E qui veniamo al secondo punto: la credibilità. Le promesse di innovazione, il perseguimento di forme nuove di partecipazione politica hanno bisogno di un fondamento, e tale fondamento è la credibilità della classe dirigente che gestisce la transizione; è alquanto stridente con la volontà di riscatto espressa dalla “base” la continua constatazione di modalità “indiscriminate” di tesseramento e di coinvolgimento “coattivo” nella discussione congressuale. Metodi arcaici moralmente deplorevoli i quali denotano una sostanziale arretratezza dei modi di pensare il civismo e di concepire la politica. E allora accade che a Napoli ci siano più tesserati che elettori, ma la medesima paradossale situazione potrebbe essere della Puglia o della Calabria o anche di qualche capoluogo della civilissima Toscana. Anche nel caso del tesseramento come in quello delle primarie, la disponibilità all’apertura da parte del partito si è trasformata in una eccessiva permeabilità del Partito a personaggi, metodi, idee da cui non si può, non si vuole o non si riesce a prendere definitivamente le distanze.

Indipendentemente dalla strada che il Partito, con la scelta del suo Segretario, deciderà di intraprendere, pare necessario 1) fare chiarezza sulle modalità di gestione della politica a livello locale da parte delle classi dirigenti periferiche 2) limitare il ricorso allo strumento delle primarie, uno strumento che non appartiene alla tradizione politica del nostro paese e che della democrazia, talvolta, non dà che l’impressione, a quelle scelte di interesse nazionale che riguardino il Partito nei suoi rapporti con la società tutta, in modo tale che esso non interferisca con gli spazi congressuali e non costituisca un motivo di frizione e di indebolimento della struttura del Partito. Si cominci, se di democrazia si sente davvero il bisogno, con l’affidare ai tesserati, e non alle segreterie, la scelta dei componenti delle liste “bloccate” di candidatura al Parlamento. Questo, tanto per avere un’idea.

 

 

Giuliano Guzzone (giuliano.guzzone@sns.it), Circolo PD Giovane Europa


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permalink | inviato da pdgiovaneeuropa il 4/10/2009 alle 17:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

17 settembre 2009
La crisi, l'Europa e la politica: per un Fondo Monetario Europeo

Da più parti, discutendo dell’Unione Europea si sostiene che “fatta è l’Unione Economica, ora facciamo quella Politica”. In coscienza, non sono d’accordo su questa affermazione, perché per completare il quadro delle istituzioni economiche è necessario potenziare quelle politiche.

Infatti, è pur vero che il Trattato di Maastricht ed il Patto di Stabilità e Crescita hanno garantito rigore nella finanza pubblica e disciplinato economie diverse in un processo di convergenza importante che ha portato all’Euro. E’ vero che l’Unione Europea si è dotata di una complessa architettura istituzionale di coordinazione e controllo dell’Economia attraverso la Banca Centrale Europea (che si concentra sulla Politica Monetaria e la Stabilità dei Prezzi), la Banca Europea degli Investimenti (che si occupa del finanziamento dei progetti UE), del Fondo Europeo degli Investimenti e della Banca di ricostruzione e sviluppo. Eppure credo che a livello istituzionale manchi qualcosa e questa crisi lo abbia mostrato, o potrebbe dimostrarlo prossimamente.

Mi riferisco all’inesistenza di una istituzione di ultima istanza a livello europeo che si occupi dei grandi gruppi bancari da un lato e dei pericoli di finanza pubblica dei paesi euro dall’altro. Un'istituzione prestatrice di ultima istanza è una banca od un fondo che acquista titoli di stato finanziando il debito pubblico quando nessuno si presenta alle aste dei titoli oppure quando una banca privata è alla frutta oppure se attraversa una crisi di liquidità.

Negli ultimi 18 mesi negli Stati Uniti sono fallite 117 banche, acquisite dal Federal Deposit Insurance Corporation per una cifra di circa 50 miliardi di dollari. Il Governo Federale Americano sta trattando per una forma di bailout a California e Michigan, due stati che hanno pesantemente subito la crisi.

La stessa situazione non si presenta nell’Unione Europea, grazie alla maggiore stabilità del sistema bancario continentale e del progressivo processo di consolidamento che ha portato negli ultimi anni alla nascita di grandi gruppi bancari pan-europei. Eppure la situazione non è serena.

L’esistenza di grandi banche porta con se numerose esternalità positive, come la maggiore efficienza del sistema finanziario e l’armonizzazione dei paesi tra le tante. Però crea anche dei mostri, perché pochi gruppi bancari rischiano di pesare quanto uno stato o addirittura di più. Per esempio Credite Agricole e BNP Paribas ciascuna detiene asset per oltre il 60% del prodotto interno lordo francese, similmente HSBC in Inghilterra oppure Deutsche Bank in Germania; per non parlare dei paesi “piccoli” che vedono veri e propri mostruosi incubi come Fortis in Belgio che conta il 180%, ING in Olanda il 150%, Nordea in Svezia per il 130%. Questo è possibile perchè le banche detengono parte della "ricchezza nazionale" sotto forma di risparmi e questi accumulati col tempo possono chiaramente superare il pil (che è una misura annuale, mentre i risparmi pluriperiodale).

Un motto famoso nei salotti della finanza è “bisogna essere grandi ed indebitati” (too big to fail) per essere sicuramente salvati, visto che uno Stato non si può permettere un grande fallimento. Eppure le banche sopra citate evocano un altro slogan, ovvero “too big to be saved”, troppo grandi per essere salvate, almeno a livello nazionale. Non a caso, per citare un caso “di provincia”, la Lettonia per salvare la sua grande Banca, Parex, ha dovuto chiedere un intervento del Fondo Monetario Internazionale per 7.5 miliardi di euro. Qui nasce il mio primo dubbio, relativamente ai gruppi bancari privati: l’Unione Europea dovrebbe dotarsi di una sorta di “Fondo di Salvataggio” delle Grandi Banche, cioè di un’istituzione che attraverso una vigilanza incrociata possa adeguatamente intervenire per sostenere dei gruppi bancari talmente grandi da essere ingestibili per un singolo stato? Jean Claude Trichet in una conferenza del Gennaio 2008 chiaramente affermò che la Banca Centrale Europea si occupa di problemi di liquidità e non di solvibilità. Eppure l’impossibilità per un paese di gestire l’improvviso shock di liquidità di una grande banca potrebbe causare un effetto domino in Europa, addirittura peggiore del crack Lehman Brothers.

La seconda domanda si sposta invece sulla Finanza Pubblica. Come notato da poche persone intelligenti la crisi non è ancora superata, anzi si presenta una situazione paradossale. L'oro è ai massimi storici, le borse stanno cavalcando quasi ai massimi storici nuovamente, il mercato delle currency va che è una bellezza, i titoli di stato di paesi straindebitati sono talmente domandati che l'Italia si può permettere tassi netti prossimi allo zero... ma come? E' vero che c'è stata una clamorosa iniezione di liquidità che "giustifica" questo, però c'è qualcosa che non va. Io lo chiamo il "Circuito della Fiducia": banche commerciali che ricevono incredibili quantità di liquidità a tassi nulli, su base fiduciaria, che acquistano titoli di stato fiduciosi della solvibilità del pubblico ed implicitamente pongono un'assicurazione su un eventuale intervento dello stato di salvataggio... cosa potrebbe accadere se all'improvviso le banche commerciali avessero "crisi" di liquidità, nuovamente?

Questa crisi ha mostrato che in periodi di turbolenze finanziarie, nemmeno il settore pubblico può dormire sonni tranquilli. E’ vero che il periodo peggiore sembra passato, eppure qualche segnale interessante si è visto. I paesi dell’Est Europa si sono trovati in condizioni precarie di finanza pubblica, a causa della pesante svalutazione che ha fatto lievitare in poche settimane l’indebitamento delle famiglie e delle istituzioni.

Due tra i paesi più brillanti, in termini di crescita, la Lettonia e l’Ungheria hanno dovuto fare appello al Fondo Monetario Internazionale per ricevere aiuti d’urgenza e proprio la scorsa settimana, uno dei paesi orientali più solidi economicamente parlando, ha visto la propria asta dei titoli pubblici andare deserta e con tassi d’interesse stellari: la Polonia. Quest’autunno la Grecia, debole politicamente ed economicamente e con un debito pubblico del 110% circa si ritroverà in condizioni molto pericolose, a causa della raccolta di ingenti somme per il debito pubblico. Il rischio di un default non è elevato a causa della presunta ventata di ottimismo, che potrebbe non durare più di un paio di mesi.

La seconda proposta, che, a detta dell'ex primo ministro Giuliano Amato, è già stata formulata in sede europea è quella di un “Fondo Monetario Europeo”, che, da prestatore di ultima istanza, agisca per arginare il ricorso dei paesi dell’Unione Europea e soprattutto dell’area Euro al Fondo Monetario Internazionale ed a condizioni di rientro, politiche ed economiche scritte da Washington. Questo fondo non rappresenterebbe una rinuncia al rigore fiscale, perché affiancherebbe il Patto di Stabilità, permetterebbe tuttavia di gestire situazioni pericolose come il default di uno stato dell’Unione Europea che potrebbe riflettersi nel fallimento di alcune Grandi Banche Nazionali. Tanto per dirne una, l’Austria è esposta attraverso le sue banche per l’80% del suo pil nei paesi dell’Est, come anche il nostro paese con Unicredit; un default di Ungheria, Polonia o addirittura Ucraina rischierebbe di congelare una notevole quantità di asset in quei paesi ed indebolire le gambe di alcuni giganti continentali.

Inoltre parlando dei paesi a maggiore rischio di debito pubblico, i cosiddetti PIG Portogallo, Italia e Grecia, un’eventualità rischierebbe di indebolire la valuta continentale e comporterebbe squilibri importanti per l’economia continentale.

Nicola Limodio (http://dalleconomiallapolitica.blogspot.com), Circolo PD Giovane Europa


5 luglio 2009
Un resoconto del Congresso
Il Circolo "Giovane Europa" ha scelto come proprio coordinatore David Ragazzoni, il quale, nel Congresso che si è tenuto lo scorso 3 luglio, ha presentato all'Assemblea una ricca e profonda relazione, di cui pubblichiamo alcuni passi significativi:

 

La sfida del Congresso di ottobre può essere davvero l’occasione giusta per riempire il Partito

Democratico di progetti, di contenuti, di idee. Non deve essere, come ci siamo detti più volte nei

nostri incontri, un’occasione mancata: deve essere il segno che il PD è un partito democratico

per davvero, che i suoi stessi padri fondatori e coloro che a vario titolo hanno dato il loro

contributo per la sua nascita e il suo cammino fino ad ora credono veramente – e sottolineo

veramente – nel soggetto politico che hanno consegnato agli italiani. Non bisogna arenarci nello

sterile scontro generazionale, invocando una nozione di giovane che è vuota, questa sì, di

contenuto. Cosa vuol dire essere giovani per il Partito Democratico ed essere giovani nel Partito

Democratico? Come è stato dimostrato dai risultati elettorali ai vari livelli in questi due anni

circa di battaglie del PD, è necessario un rinnovamento delle categorie con le quali si legge la

politica e la società italiana. Destra e sinistra non definiscono più, come già insegnava Bobbio,

un universo onnicomprensivo, né lo definiscono le categorie di vecchio e giovane: la

rivendicazione del ‘nuovo ad ogni costo’ rischia di diventare nuovamente il facile slogan di una

politica ‘contro’ e non di una politica ‘per’ come quella per la quale il Partito Democratico è

nato.

 

Scriveva qualcuno nell’Ottocento che i popoli democratici hanno la caratteristica peculiare di

saper guardare più in là e più in alto degli altri, di non fermarsi alla contingenza, di saper

pensare il futuro. Io credo che il PD, e i giovani del PD, debbano dimostrare ogni giorno di

avere la capacità di sognare l’Italia del domani. L’Italia del domani la si costruisce con le

persone, essenziali in qualsiasi progetto politico che pretenda di essere credibile – persone

responsabili e responsive, che abbiano scolpita nella mente un’idea fortissima di accountability

e una concezione di politica intesa come contributo al nostro paese – e la si costruisce con le

idee, con le battaglie su contenuti precisi. È la sfida più bella e più appassionante che la politica

possa dare ai giovani di oggi, giovani per davvero: la sfida di trasformare ogni giorno le proprie

idee e la propria visione di Italia in mattoncini concreti.

 

 

Io credo che su tre temi soprattutto il Partito Democratico, a partire da ottobre, abbia il dovere di

elaborare contenuti forti, per poter essere percepito dagli elettori come un’alternativa reale e

credibile alle forze di centro-destra: ampliare e riunificare il mondo del lavoro; promuovere una

buona immigrazione; iniettare nel mondo della scuola e dell’università la triade di autonomia,

merito e responsabilità.

 

 

Il Partito Democratico deve recuperare la credibilità su questi temi, sia nei progetti che propone,

sia nelle persone che si fanno promotrici di un simile rinnovamento. Oltre alla leadership,

infatti, che nella politica contemporanea è certamente un elemento decisivo, c’è il partito dei e

nei territori: c’è la presenza fisica del partito là dove le persone vivono.

Il Circolo PD Giovane Europa vuole essere, in questo senso, uno dei luoghi dove i giovani

studenti, dottorandi e ricercatori che studiano e vivono a Pisa per un periodo di cinque od otto

anni in media mettono in campo le proprie competenze e le proprie esperienze per rilanciare una

riflessione e una progettualità politica che guardi oltre miopi divisioni. Le tradizionali cesure

che ancora sopravvivono, con grande amarezza lo dico, nel Partito Democratico non

appartengono a una generazione come la nostra che si è formata politicamente dopo l’89. Molti

di noi, inoltre, hanno iniziato la propria militanza politica proprio in seguito al progetto del

Partito Democratico, e non hanno nel sangue, né vogliono averla, la fissa dualistica che ancora

continua a permeare l’azione politica del PD, nel quale, ben prima di condividere i programmi,

si domanda a quale delle due ex aree di partenza si appartiene. Come studenti e come giovani

cittadini democratici ed europeisti, ci proponiamo di restituire al Partito Democratico due cose:

slancio ideale ed elaborazione di programmi, che secondo noi sono due elementi imprescindibili

per qualsiasi partito che sia vivo, che abbia una vocazione maggioritaria e che si proponga, nel

tempo, di formare una nuova classe dirigente.

 

Io credo, noi crediamo che la cultura politica di un partito non sia racchiusa soltanto in un

manifesto, ma sia un’elaborazione quotidiana, che deriva da un’interazione complessa tra

esperienza, azione, idee condivise con gli elettori, formazione di una classe dirigente,

insediamenti sociali, memoria storica e politica. E includo, tra gli elementi basilari di una

cultura politica viva, la capacità di leggere realmente la società, di coglierne le trasformazioni e

le dinamiche, di saper parlare alla testa della gente, e non soltanto alla loro pancia, come oggi

troppe volte una nozione semplicistica e degenere di politica pretende di fare.

 

 

David Ragazzoni, Coordinatore del Circolo GD Giovane Europa

 



30 giugno 2009
I Congresso del Circolo
Cari lettori,

venerdì 3 luglio si celebrerà il Congresso del Circolo dei Giovani Democratici "Giovane Europa". L'evento è previsto a partire dalle ore 18:00, presso la sede del PD "Pisa Centro" in Corso Italia, 88 (ovviamente a Pisa).
Sarà presente il Segretario Nazionale dei Giovani Democratici Fausto Raciti.

Vi aspettiamo numerosi.

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permalink | inviato da pdgiovaneeuropa il 30/6/2009 alle 19:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

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